Ne avevamo dato notizia in un Focus - pubblicato il 7 gennaio scorso – sul nostro sito. Solo La Repubblica, ad onor del vero, ne riferì in quei giorni. Oggi, dopo oltre 2 mesi, arriva una risposta alle sollecitazioni che The Lancet – come noto autorevole rivista scientifica inglese, che dal 1823 si è conquistata un ruolo di primo piano tra le pubblicazioni scientifiche mondiali più affidabili – lanciò nel primo numero di quest’anno, affinchè i protagonisti del SSN restituissero al sistema salute del Paese, quell’efficienza che lo aveva posto sui gradini più alti della classifica mondiale. The Lancet definiva il SSN italiano “Feudale e discriminatorio” e paventava il rischio di peggiorare ancora a causa dell’autonomia differenziata prevista dalla legge Calderoli, che avrebbe rafforzato quella spezzettatura in 21 parti, definita per nulla equa e rispettosa del diritto alla salute per tutti i cittadini, senza distinzioni tra di geolocalizzazione regionale o ceto sociale. La rivista inglese concludeva con la sollecitazione a quell’“armonizzazione legislativa a livello nazionale”, “essenziale per stabilire una rete di dati sanitari unificata in Italia”.
A rispondere, dalle colonne della stessa rivista, sei medici italiani: Prisco Piscitelli (Segretario generale dell’Associazione medica europea), Alessandro Miani (presidente della Società italiana di medicina ambientale), Francesco Schittulli (presidente Lilt), Filippo Anelli (presidente Fnomceo), Loreto Gesualdo (presidente della Federazione delle Società scientifiche Fism), Annamaria Colao (Cattedra Unesco, Università Federico II di Napoli).
Nell’articolo gli autori, nel commentare in primis la sottolineata difficoltà dell’interoperabilità dei sistemi informatici tra le regioni italiane, la riconducono allo spezzettamento del Servizio sanitario nazionale, avvenuto già all’indomani della modifica costituzionale del 2001. Una decentralizzazione che non è finora riuscita pienamente a garantire Livelli essenziali di assistenza e prestazioni uniformi in tutto il Paese, generando di fatto disuguaglianze sanitarie, aggravate dalla riduzione dei posti letto ospedalieri (da quasi 10 a poco più di 3 ogni 1000 abitanti) e dalla lentezza nell’espansione dei servizi territoriali, nel contesto di una crescente domanda di salute da parte dei cittadini, che spesso non trovano risposte in tempi adeguati. “In definitiva - si legge ancora nell’articolo - questo ha prodotto la crisi dei pronto soccorso, imbuti in cui i pazienti possono rimanere giorni prima di essere ricoverati, che vengono spesso utilizzati per fornire assistenza che potrebbe essere erogata a livello ambulatoriale, e il fenomeno critico delle liste d’attesa” che inducono i pazienti a rifugiarsi in visite o esami privati.
Secondo gli estensori dell’articolo “la scarsa interoperabilità tra regioni e ospedali (compresi quelli privati) del sistema di dati sanitari e la mancanza di una banca dati completa delle cartelle cliniche dei medici di medicina generale fanno parte di questo quadro”. E “la conseguente riduzione osservata nel numero di studi clinici in Italia, rappresenta un ulteriore grave problema, in quanto la qualità dell’assistenza medica migliora dove si svolge una buona ricerca”.
“Riteniamo – affermano i medici - che sia nell’interesse dei cittadini italiani ricentralizzare almeno alcune funzioni del sistema, a partire dal coinvolgimento dei clinici nello sviluppo di un Fascicolo sanitario elettronico unico (HER) contenente tutte le informazioni generate per ogni paziente (dai medici di medicina generale ai ricoveri e agli screening oncologici), in modo che l’HER possa rappresentare un modello efficiente di interoperabilità dei dati e un “game-changer” per i medici”.
E concludono con una nota positiva che incoraggia: “Nonostante i suoi limiti, va riconosciuto l’impegno del sistema sanitario italiano a fornire prestazioni mediche gratuite a qualsiasi persona (cittadini ma anche turisti o addirittura immigrati clandestini)”.