La sanità al centro di un vertice svoltosi nel pomeriggio di mercoledì 12 u.s. a Palazzo Chigi, per fare il punto sulle tante questioni aperte, a partire dal nodo della riforma della Medicina generale con l'ipotesi di un passaggio alla dipendenza pubblica per i medici di base, che attualmente sono liberi professionisti convenzionati con il Sistema sanitario nazionale. Riunione alla quale ha partecipato la premier Giorgia Meloni e i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, oltre al ministro della Salute Orazio Schillaci, quello dell'Economia Giancarlo Giorgetti, il presidente della Conferenza delle Regioni Massimiliano Fedriga, il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e quello della Regione Piemonte Alberto Cirio. Avrebbe potuto essere l’occasione per arrivare finalmente a qualche soluzione sensata per cercare di arrivare ad un Ssn più efficiente e soprattutto più equo, per migliorare i servizi a tutti i cittadini.
Stando alle dichiarazioni di Fedriga al termine del vertice è stata “fumata nera”, nel senso che non è stato espresso alcun orientamento. Soprattutto per quanto riguarda la questione che oggi tiene ancor più in ansia delle liste d’attesa, cioè quell’ultimo baluardo che ci resta in difesa del nostro diritto a sceglierci a chi affidare il continuum dell’assistenza medica nella quotidianità della nostra vita, il medico di famiglia. Anche se non è più la figura che si stagliava sull’uscio della casa dei nostri padri non appena l’indisposizione costringeva a restare a letto, e nel suo studio non si limitava a compilare ricette, magari su richiesta. Sta di fatto che l'ipotesi di riforma della Medicina generale – che prevede l’impiego dei medici generalisti anche nelle Case di Comunità e pertanto dipendenti delle ASL - è contestata duramente dalle organizzazioni dei medici di base proprio a causa dello status che dovrebbero acquisire.
Un’ipotesi questa che è stata respinta senza appello dagli stessi medici di famiglia, secondo i quali ciò significherebbe lavorare quasi esclusivamente nelle Case di comunità, dove i medici sarebbero presenti 7 giorni su 7 a rotazione - come previsto dalla riforma dell'assistenza territoriale - privando il cittadino della possibilità di scegliere in autonomia il proprio medico di base.
In proposito la Federazione dei medici di famiglia (Fimmg) del Lazio ha diffuso una lettera aperta ai cittadini nella quale tra l’altro si legge: "Vogliono farci fare i dipendenti per poterci controllare meglio, ad esempio per decidere loro quali farmaci prescrivere e quali no. Quali visite o accertamenti prescriverti e quali no”, un’affermazione questa che indubbiamente porta a qualche curiosità: cosa significa “controllare meglio, ad esempio per decidere loro quali farmaci prescrivere”? Forse che c’è poca chiarezza nel rapporto “farmaceutici/prescrizionisti”? O forse che si deve tendere alla prescrizione di farmaci meno costosi, anche se meno efficaci, piuttosto che farmaci più costosi, ma sicuramente più adatti alla risoluzione della patologia? Il tutto - si legge ancora nella lettera - organizzato con la stessa sapienza e capacità con cui stanno gestendo le liste d'attesa! È il momento di far sentire le nostra e la vostra voce, non si può rimanere in silenzio".
“Nostro intento – ha spiegato Fedriga - è trovare una forma di una collaborazione fra tutti per una valorizzazione del Sistema salute del Paese”. “Per quanto riguarda le misure da mettere in atto – ha dichiarato ancora - ci sarà un confronto dentro la Conferenza, e il governo immagino lo farà al proprio interno. Poi faremo un nuovo confronto”. Nessuna indicazione però su una possibile ipotesi di un sistema misto pubblico-convenzionato, nonostante in questi ultimi mesi sia il Ministro della Salute che altri rappresentanti del Governo abbiano chiaramente e pubblicamente assicurato che “è impossibile pensare ad una sanità nazionale senza il contributo irrinunciabile del privato convenzionato”.